Estel Luz, musica tra terra e cielo

Cittadina del mondo ma biellese nell’anima. Suona scalza come fosse una cosa sola con la terra su cui cammina. Ha le braccia protese verso il cielo e un cuore giamaicano. Estel Luz vive di note praticamente da quando è nata, contaminata da una famiglia aperta e multiculturale: papà italiano, musicista per hobby, collezionista di dischi e di strumenti musicali (con una predilezione particolare per le chitarre); mamma colombiana con la danza nel sangue. Dopo una vita dedicata al reggae in tutte le sue forme con i DotVibes e non solo, alla soglia dei trent’anni Estel ha deciso di re-inventarsi, provando la strada del pop e della carriera solista. In vista dell’uscita del suo primo lavoro discografico, l’ho intervistata prima di una delle sue tante serate, seduti a un tavolino del GØRILLA di Torino.

Estel, la tua famiglia è stata molto importante per la tua formazione musicale, qual è stato il tuo primo approccio con la musica?

È stato con mia mamma, vedendola ballare e nei lunghi pomeriggi trascorsi con mio fratello dopo la scuola, immersi ad ascoltare di tutto; papà era spesso via, facendo il restauratore lavorava la maggior parte del tempo lontano da casa. Fortunatamente i miei genitori hanno sempre avuto una mentalità molto aperta rispetto a quella che possiamo definire “mainstream”, facendomi ascoltare diversi tipi di musica fin da piccolissima: capitava spesso che mio padre tornasse a casa con cd vari, da Peter Gabriel ai Fugees da Buena Vista Social Club a 2Pac… La mia carriera, però, posso dire che sia iniziata a 16/17 anni, quando quasi per gioco ho iniziato a cantare accompagnata da mio padre e da mio fratello alle percussioni.

E poi è arrivato il reggae, il tuo più grande amore musicale…

Sì, ma non solo per quello che conoscono tutti, quello di Bob Marley o Dennis Brown, per intenderci. Il reggae, per me, significa upbeat, ritmo in levare, ed è un’intenzione più che uno stereotipo. Puoi trovare il levare in moltissimi artisti, come gli XX, giusto per farti un nome molto in voga al momento; io amo il Dub sopra ogni cosa, lo ritrovi in generi molto diversi tra loro. Sicuramente non mi sono avvicinata al reggae per una questione religiosa o di tendenza, non sono attratta dal rastafarianesimo, è comunque incredibile pensare che un’isola così piccola come la Giamaica abbia avuto, anche antropologicamente, tutta questa influenza sulla musica mondiale. Ho incontrato i DotVibes nel 2005 e ho iniziato a suonare con loro quasi per caso, prima come percussionista per poi passare al ruolo di cantante. Con loro abbiamo esplorato il genere con una base dub/reggae, sperimentando la mia voce con la potenza del binomio basso-batteria. Devo moltissimo ai DotVibes e a Massimo Minato con cui scrivevamo i brani, dieci anni insieme sono impossibili da dimenticare.

Hai vissuto da protagonista, nel pieno del loro splendore, gli anni d’oro del fermento musicale underground torinese, com’erano?

Fantastici! Lavorando al Puddhu Bar, storico locale dei Murazzi, come vocalist accanto al collettivo The Dreamers, ho avuto la fortuna di aprire serate con artisti di musica elettronica, in particolare drum and bass, del calibro di DBridge, Storm, Commix, Logistics e molti altri. I Murazzi offrivano cultura, spesso a ingresso gratuito, e rendevano Torino una capitale indiscussa della musica elettronica: è stata un’enorme tristezza veder finire quell’esperienza. Nello stesso periodo, grazie alle feste di Explosiva, abbiamo potuto sentire artisti del calibro di James Blake, Benga, Mount Kimbie… Blake, all’esordio, era timidissimo mentre ora è uno degli artisti più influenti della musica internazionale: basta pensare, ad esempio, ai due brani che ha composto per Beyoncé. Impossibile non citare anche il JazzReFound Festival di Vercelli (ora a Torino, ndr), una chicca assoluta, aspettavo l’estate solo per parteciparvi: fortunatamente è sopravvissuto alla crisi culturale e rappresenta una delle ultime derive di speranza musicale. Ripensandoci, mi rendo conto solo ora di quanto bene abbiamo ricevuto; purtroppo all’epoca non si percepiva la qualità dell’offerta che avevamo in casa, immagino anche che molti musicisti e organizzatori si siano stancati di ricevere troppo poco rispetto all’impegno profuso.

E ora la tua nuova avventura…

Sì, nel 2015 ho lasciato i DotVibes per intraprendere la carriera solista. Sono stati due anni molto duri per il mio ego e non solo: al lavoro musicale notturno ho affiancato quello nei locali. Penso di aver attraversato il periodo più difficile fino ad ora. Al momento sono in studio ad ultimare il mio primo disco, sto cercando di imparare a scrivere pop music di un certo livello, mettendoci dentro tutte le mie influenze e le mie origini. Mi sento molto fortunata ad avere al mio fianco persone speciali, tra cui Eugenio Mazzetto come produttore; il supporto e’ importantissimo per un’artista agli esordi.

Abbiamo comuni origini biellesi, che rapporto hai con Biella?

Per me il biellese sono le colline sopra Occhieppo: la Valle Elvo è la valle del sole, un territorio poco capito ma che custodisce le mie radici, amo la natura che lo avvolge. In più, il biellese è una terra dove ci sono persone speciali, amici che organizzano eventi e manifestazioni, continuando a crederci. Tornare ogni tanto mi fa bene.

PS Prima di congedarci, Estel mi ha anche suggerito dove fare un bagno rigenerante nelle gelide acque del Torrente Cervo. Non vi svelo il segreto…

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