Prospettiva Haring

Devo ammetterlo, fino a qualche anno fa l’arte contemporanea non mi piaceva e, a dirla tutta, non mi attraeva minimamente. Devo altrettanto ammettere, con un bel po’ di colpevole ritardo, che stavo commettendo un errore grossolano. Il mio primo approccio, vero, diretto e tardivo, con l’arte contemporanea l’ho avuto trovandomici immerso dentro, seppur involontariamente, grazie a un coinquilino speciale (di cui non farò il nome), street artist dentro e fuori. Dici street art e, fondamentalmente, non puoi non pensare a colui ha contribuito più di ogni altro a sdoganarla, uno dei suoi maggiori interpreti, quel Keith Haring (1958-1990) che se ne è andato troppo presto e che, in questi mesi, è protagonista della straordinaria mostra Keith Haring, about art, in programma al Palazzo Reale di Milano (Piazza Duomo 12, M1/M3 fermata Duomo) fino al 18 giugno. La mostra, curata da Gianni Mercurio, è promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, da Giunti Arte Mostre e Musei e da 24 ore Cultura del Gruppo 24 ore con la collaborazione scientifica di Madeinart ed il supporto della Keith Haring Foundation.

Considerare l’opera di Haring come semplice street art, però, sarebbe riduttivo nei confronti di un artista che, con le sue linee spesse e ben definite e con i suoi colori acrilici sgargianti e mai banali (usati su una miriade di materiali diversi come tela, legno, metallo, tela vinilica…), ha saputo meglio di chiunque altro raccontare l’America del suo tempo e le sue chimere (aids, razzismo, disagio giovanile…) pescando a piene mani dalla classicità, dalla mitologia (la medusa e la lupa capitolina…), dall’iconografia religiosa (San Sebastiano), dalla pop art (l’amico Andy Warhol), dai maestri contemporanei (Pollock, Klee, Dubuffet), dalla tradizione tribale precolombiana e dal fumetto (con una forte predilezione per i cartoons: Topolino, il suo preferito, su tutti). Un precursore in tutti i sensi, anche a livello di marketing: le sue magliette e le sue spillette, lasciate agli inconsapevoli spettatori delle performance newyorkesi, hanno ispirato moltissimi altri colleghi più giovani.

Le 110 opere esposte, che non si articolano cronologicamente bensì per aree tematiche (umanesimo, archetipi, miti e icone, immaginario fantastico, etnografismo, moderno-postmoderno e performance, ndr) offrono al visitatore un diverso punto di vista dell’arte di Haring, ricostruendo la sua prorompente critica sociale attraverso quelle che sono state le sue principali fonti d’ispirazione. L’allestimento, in modo particolare, risulta altamente fruibile e suggestivo grazie alle sale alte e ampie, alla giusta distanza tra le opere e alle luci soffuse, che danno al visitatore la sensazione di essere, davvero, immerso nell’atmosfera di una strada della Manhattan anni ’80 in piena notte. Tutti questi fattori confermano Milano, e Palazzo Reale in primis, come uno dei punti di riferimento internazionali per quanto riguarda le esposizioni artistiche temporanee.

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