Il cinema del futuro secondo Steve

Steve Della Casa è il cinema a Torino, una vera e propria istituzione. Steve Della Casa è stato uno dei pionieri che, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, ha contribuito più di ogni altro a rendere fruibile il cinema a tutti, con alcune delle innovazioni più originali dell’epoca. A lui, infatti, si devono la fondazione del Movie Club e la diffusione dell’omonima rivista di cinema, del Torino Film Festival e dell’Hiroshima Mon Amour. Dopo quasi quarant’anni di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e il modo di fare e vedere cinema è stato rivoluzionato. Che peso ha una figura “storica” come quella di Steve nel cinema di oggi? Cosa può dare la sua esperienza alle nuove generazioni? Ve lo diciamo con le sue parole.

Steve, sei stato tra i fondatori di due tra le più importanti realtà artistiche “alternative” torinesi come il Torino Film Festival (nato come Festival Internazionale Cinema Giovani) e l’Hiroshima Mon Amour. Quello che sono oggi rispecchia ciò che ti immaginavi all’epoca? Com’è cambiato il panorama culturale torinese nel corso degli anni?

Il Torino Film Festival è una realtà completamente diversa da quella che era, almeno all’inizio, il Festival Internazionale Cinema Giovani. Quest’ultimo, infatti, nasceva con una forte spinta alla sfida: era la prima volta che un festival cinematografico si realizzava in una metropoli urbana e non in una località di villeggiatura. Quello che volevamo fare allora era una rassegna che fosse aperta al grande pubblico e non solo agli addetti ai lavori. Devo ammettere che questo aspetto continua a funzionare tutt’oggi, tant’è che il TFF è cresciuto esponenzialmente in termini di pubblico, anche se non ne faccio più parte dall’ormai lontano 2002; al di là del fatto che ci siano edizioni migliori di altre, l’idea che avevamo io (Movie Club), Turigliatto (Aiace) e Barbera (Università di Torino) continua a essere attuale. L’aspetto più importante che ha rivoluzionato, invece, sia il modo di concepire il cinema che quello di guardarlo è l’avvento di internet ed il progresso tecnologico. Da questo punto di vista, i concetti di festival e proiezione stessi stanno perdendo rapidamente di significato: prima delle proiezioni in “anteprima”, infatti, un film è già girato su almeno 5000 computer. A mio avviso occorre lavorare di più sull’aspetto teatrale e sulle manifestazioni “parallele” come presentazioni, incontri con gli ospiti e master-class..

Per quanto riguarda Hiroshima, siamo stati i primi ad aprire un locale di quel tipo a Torino, all’epoca in Via Belfiore a San Salvario. Siamo stati anche i primi a portare il concetto di recupero urbano di stabili dismessi in città, la vecchia sede era in una fabbrica abbandonata; operazioni come queste, ora come ora, sono all’ordine del giorno in tutta Europa. Per noi l’Hiroshima aveva un forte valore simbolico, era il segno della nascita di una nuova realtà culturale che vivevamo più come divertimento che come lavoro, nasceva da quell’esigenza. Oggi la situazione è cambiata, locali così ne sono nati tanti e l’Hiroshima resta un bel locale dove vedere bei concerti. Tanto per fare un esempio, da noi sono nati i Subsonica, Luciana Littizzetto, Mimmo Calopresti e altri, da noi facevano i primi spettacoli fuori da Milano gente come Claudio Bisio e Antonio Albanese.

Da marzo 2016 sei direttore del Sottodiciotto Film Festival, punto di riferimento per quanto riguarda il cinema rivolto ai ragazzi. Dal tuo punto di vista, com’è possibile comunicare la passione per il cinema a ragazzi e bambini?

Come ti dicevo prima, occorre trovare delle nuove vie per attrarre il pubblico, non basta offrire film di qualità, la gente viene più per il contorno che per le proiezioni, il 95% delle persone vede i film attraverso lo schermo di un computer. Ad esempio, sarebbe opportuno coinvolgere personalità che parlino di cinema e dei temi trattati nei film, che ne sappiano qualcosa, io le chiamo proiezioni “vestite”. In più, va anche fatto un grande lavoro di comunicazione, ma per questo non devi chiedere a me ma ai ragazzi che mi aiutano da questo punto di vista: tutti studenti di alcuni istituti superiori torinesi, tra cui l’Albe Steiner. Io trasmetto a loro la passione e la cultura cinematografica, loro offrono il linguaggio con cui attrarre i coetanei. Tornando al passato, lo stratagemma che usammo per il Movie Club fu quello di creare una rivista da spedire in abbonamento; ecco, penso che anche oggi si debba seguire la strada dell’innovazione.

L’esperienza alla presidenza della Torino Film Commission ha contribuito a portare la città sotto i riflettori degli addetti ai lavori: secondo te, esistono ancora spazi inesplorati per svilupparne la sua identità cinematografica? Se sì, cosa si potrebbe fare?

Anche se non sono passati molti anni dalla fine di quell’esperienza, che reputo bellissima, le condizioni di lavoro sono completamente diverse: quando ero Presidente, infatti, avevamo molte risorse e pochissima concorrenza, il nostro unico obiettivo era quello di portare le produzioni cinematografiche in città. La situazione di oggi si è ribaltata: il proliferare di altre film commission come in Puglia, Lazio e Alto Adige, ed i contemporanei tagli alla spesa pubblica per la cultura, rendono le cose molto più difficili. Il ruolo di Presidente della Film Commission, per intenderci, oggi somiglia molto di più a quello di un account a caccia di finanziamenti privati estranei al mondo dello spettacolo, agevolati dal cosiddetto Tax Credit. Di spazi inesplorati, a mio avviso, ce ne sono molti, uno su tutti: internet. Fossi più giovane e più tecnologico organizzerei dei cineforum gratuiti sul web, offrendo contenuti esclusivi e trovando qualche modalità per criptarli. Anche a Torino si potrebbe fare molto, a pensarci bene abbiamo il cinema dentro al simbolo della città, la Mole Antonelliana. Inoltre, abbiamo la fortuna di avere tante realtà che operano molto bene nel campo cinematografico; purtroppo, però, lo fanno senza essere collegate tra di loro: non ho mai visto, ad esempio, TFF, Museo del Cinema e Film Commission creare qualcosa insieme. Una delle cose per cui Torino è famosa in Europa, al momento, è sicuramente il cinema: venisse creata una sinergia tra le parti in causa si potrebbe ottenere ancora di più.

Hai ricevuto, di recente, il Nastro d’Argento per il tuo film sui musicarelli Nessuno ci può giudicare, com’è nato?

Ho utilizzato tre fonti: grazie a un accordo con Titanus sono riuscito ad ottenere molti spezzoni di vecchi film, stessa cosa ho poi fatto con l’Archivio dell’Istituto Luce da dove ho recuperato vecchi cinegiornali dell’epoca. Inoltre, mi sono avvalso della collaborazione di un istituto torinese, i SuperOttimisti, che hanno digitalizzato un archivio infinito di filmati in Super 8. Alle immagini di repertorio ho realizzato anche interviste a Rita Pavone, Caterina Caselli, Shel Shapiro, Mal, Ricky Gianco…quello che ne è venuto fuori, così come ha giustamente affermato anche Shel, è il racconto di un’Italia che dal bianco e nero si è ritrovata, improvvisamente, ad essere a colori.

Il Sottodiciotto (31 marzo-7 aprile) è ormai alle porte, in chiusura di intervista mi puoi anticipare qualcosa?

Al centro di quest’edizione ci saranno i film fatti all’interno delle scuole, lunedì 20 marzo ci sarà la conferenza stampa dove presenteremo tutto il programma. Il nostro obiettivo principale è quello di mantenere un certo profilo didattico puntando anche al successo popolare organizzando, come ti dicevo prima, una serie di iniziative di contorno: l’abbiamo fatto l’anno scorso invitando Dario Argento e dedicando una parte speciale a Dylan Dog, lo faremo anche quest’anno con una retrospettiva sul regista iraniano Abbas Kierostani, autore di film importanti come il Sapore della Ciliegia e Close Up. Per l’occasione presenteremo anche un cortometraggio di Nanni Moretti del ’96, dal titolo Il giorno della prima di Close Up.

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