Cisco e i Dinosauri, vent’anni dopo

Gli anni ’90 sono stati molto agitati nello scenario politico italiano. Lo scioglimento del Partito Comunista e la fondazione del PDS, la scissione da parte di Rifondazione Comunista, Tangentopoli, la “discesa in campo” dell’onnipotente uomo delle tv Silvio Berlusconi. Fu proprio in quegli anni controversi, a metà strada tra rinascita e decadenza, che dal cuore della Pianura Padana prese vita una banda destinata a cambiare per sempre la storia della musica italiana, fondendo generi musicali diversi e appassionando migliaia di giovani e meno giovani: i Modena City Ramblers. Stefano “Cisco” Bellotti, Giovanni Rubbiani (chitarrista e autore della maggior parte dei testi nel periodo 1994-1999) e Alberto Cottica (fisarmonicista e autore delle musiche) avevano l’Irlanda nel cuore e l’Italia in testa: dopo aver abbandonato i Modena in anni diversi, intraprendendo strade diverse, a cinquant’anni suonati sono tornati insieme per un nuovo progetto, i Dinosauri. Una reunion tra vecchi amici da cui sono nate dieci canzoni e un tour per raccontare se stessi senza rimorsi né rimpianti. Cisco ci ha parlato dell’album (prodotto attraverso una campagna di crowdfunding) e del tour (che vede la collaborazione live dell’altro ex rambler Massimo Giuntini) a poche ore dal concerto al Folk Club di Torino, lo scorso 18 febbraio.

Un pezzo del nucleo storico dei Modena che torna insieme dopo tanti anni…com’è nata questa reunion?

Ci siamo ritrovati circa sette anni fa, nel 2010, quando abbiamo deciso di fare un tour dove ripercorrere il nostro passato nei Modena City Ramblers e rivisitarlo in chiave folk acustica. Dopo questa parentesi ci siamo un po’ persi per strada perché ognuno di noi fa la sua vita: l’unico musicista di mestiere sono io mentre Alberto vive e lavora a Bruxelles e Giovanni ha un’altra attività. Un paio d’anni fa, durante una delle solite cene pre-natalizie, ci siamo detti che non sarebbe stato male rifare un tour. Stavolta, però, ho insistito per registrare un nuovo disco da suonare e promuovere, un lavoro per raccontare la nostra storia negli anni ’90, la storia di persone che hanno provato a cambiare il mondo mettendosi in gioco. Devo ammettere che è stato veramente semplice buttare giù una decina di canzoni.

Passiamo al titolo del disco, i Dinosauri: vi sentite davvero dinosauri in questo 2017?

Sì, ci sentiamo dinosauri perché il nostro mondo musicale, rispetto a quello odierno, era completamente diverso, fatto di infiniti viaggi in furgone senza cellulari né navigatori, fatto di rapporti umani veri e sinceri. Con questo non voglio assolutamente dire che si stesse meglio quando si stava peggio, la generazione che allora ci appoggiava e che abbiamo visto crescere oggi fatica a tenere la rotta in un mondo che corre veloce senza aspettare nessuno. Girando l’Italia incontriamo molte persone che ci dicono di sentirsi un po’ dinosauri fuori dal tempo.

Il tema centrale del disco parrebbe essere la nostalgia (Figurine, Dinosauri, ndr), nostalgia per la vostra gioventù o per i tempi ancora carichi di speranza e fermento politico?

La nostra intenzione non era quella di fare un disco nostalgico, anche se potrebbe sembrare di sì. In realtà non proviamo nostalgia rispetto a quegli anni e a quel momento storico, volevamo solamente descrivere le cose così com’erano, come le abbiamo vissute. A tal proposito potrei citare una frase molto particolare , “Quei cazzo di anni ’90”, che ti fa capire tutto. La cosa importante che volevamo comunicare è che allora ci sentivamo protagonisti in tutto e per tutto, mentre oggi siamo come “pesci fuor d’acqua”, su certe cose teniamo il passo ma su altre no. Narrativamente parlando, volevamo far capire meglio chi siamo diventati oggi e cosa potremmo diventare in futuro.

A tal proposito, non posso non farti un paio di domande politiche. Di cosa c’è bisogno, secondo te, per risvegliare la passione politica di una generazione apparentemente persa tra social network e aggeggi digitali?

Credo che la via sbagliata sia stata quella di voler cercare, a tutti i costi, la figura carismatica da eleggere a leader della sinistra, il classico uomo forte capace di guidare gli altri. Questo è stato uno degli errori che abbiamo commesso tutti quando, in realtà, avremmo dovuto capire che le vere rivoluzioni e i veri grandi cambiamenti nascono dal basso senza essere imposti dall’alto. Non so quando, ma sono abbastanza sicuro che la gente sentirà di nuovo l’esigenza di farsi sentire con forza e proverà a cambiare le cose. Ritornando ai nostri esordi con i Modena, l’evento storico che ci ha dato la spinta per reagire è stato Mani Pulite: in quel momento pensavamo davvero di poter cambiare l’Italia, ci sentivamo nel posto giusto al momento giusto. Anche se penso che l’Italia di oggi sia peggiore di quella degli anni ’90, credo ancora nei partiti politici e sogno un vero movimento che sappia parlare alla gente e che parta dal basso per costruire qualcosa di positivo.

Tema spinoso: la sinistra italiana sembra essere ormai lontana anni luce da temi da sempre centrali nell’agenda politica “progressista” come il lavoro. Come vedi il futuro da questo punto di vista?

Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un progressivo deterioramento dei rapporti sociali e dei valori su cui è fondata la Repubblica, con il ritorno di fenomeni come intolleranza, razzismo e omofobia. Com’è possibile contrastare questo fenomeno in costante crescita? In momenti di grande caos il populismo è sempre stato lo stratagemma più semplice, basta trovare un nemico comune su cui scaricare tutto il proprio odio ed il gioco è fatto. Gli anticorpi democratici dell’Italia sono comunque molto alti, non credo a una futura affermazione politica di queste ideologie, sarebbe preoccupante se i partiti che le rappresentano fossero al 25%. La cosa più importante è non lasciare a loro uso e consumo argomenti sociali che dovrebbero essere parte fondante della sinistra. Mi viene in mente l’esempio della sicurezza: occorrerebbe affrontare il tema dell’immigrazione in modo diverso, fare una proposta che preveda una vera integrazione, evitando a movimenti anti-democratici di cavalcare il malcontento popolare.

La sensazione che emerge con forza sentendo tutto il disco è quella di sconfitta (Rewind, Figurine ndr), credi che la tua generazione abbia davvero perso le proprie battaglie?

La risposta secca è no. Non abbiamo perso perché, comunque, abbiamo lottato e ci siamo messi in gioco. Le battaglie politiche, quelle sì, le abbiamo perse, ma a questo proposito vorrei riprendere un concetto dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano: camminare verso un’utopia è come camminare verso l’orizzonte, più cammini e più lui si sposta ad un passo da te. La mia generazione ha lottato e ha camminato, quindi ha vinto. La vera sconfitta sta nell’adeguarsi, stando fermi pensando che tutto resti uguale.

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