Il manuale della Rappresentante di Lista

Quasi tutte le interviste che ho fatto fin’ora le ho introdotte raccontando di come ho conosciuto quel/quella cantante/band e oggi non sarò da meno. Insieme ai negozi di dischi, l’altra mia grande fonte d’ispirazione sono i suggerimenti di Youtube. Capita, così, che mentre ascolti una band interessante (in quel caso L’orso, ndr), te ne esca fuori una irresistibile. D’altronde, come è possibile non restare affascinati da una strofa che fa “il cavolo del tuo giardino non ci sta bene nella mia minestra, raccolgo solo un fiorellino il sapore che senti è la tua testa”?!. È nato così, ormai tre anni fa, il mio amore folle e incondizionato per La rappresentante di lista, un gruppo (o per meglio dire una banda) dove le contaminazioni musical-socio-cultural-antropologiche si sprecano e non cessano mai di plasmarsi e riplasmarsi in una creatura sempre diversa e sempre terribilmente sensuale. Veronica Lucchesi (voce, percussioni, strumenti-giocattolo, grida, smorfie) e Dario Mangiaracina (guitalele, chitarra, fisarmonica, sassofono, voce, vitalità, salti) si sono conosciuti facendo teatro e hanno iniziato come duo acustico tosco-siciliano portando in giro per l’Italia il loro primo album (Per la) via di casa (Garrincha Dischi, 2015) girando localini di periferia, teatri occupati e auto private, dormendo dove capitava da veri artisti di strada. Dopo la candidatura alle Targhe Tenco nella categoria Miglior Opera Prima, datata 2014, è maturata la decisione di crescere ulteriormente, soprattutto dal punto di vista musicale: con la stesura del loro secondo album Bu Bu Sad (Garrincha Dischi, 2015), Veronica e Dario hanno inserito in squadra Marta Cannuscio (batteria e percussioni) ed Enrico Lupi (tromba, pianoforte e synth). Ecco il resoconto della bella chiacchierata che ho fatto con Veronica subito dopo il concerto di Torino alle Officine Corsare (che ha visto la partecipazione di ospiti come Gianluca “Cato” Senatore al basso, Cecilia all’arpa e Neda Groove), fatto nel corso del tour di presentazione del loro primo album dal vivo //LIVE (pubblicato lo scorso 7 marzo sempre per Garrincha Dischi).

Avete deciso di registrare e pubblicare un album live, scelta insolita per una band con pochi anni di vita, come mai questa scelta?

Non è stata una scelta azzardata anche se, pensando ai grandi album live della storia della musica, avrebbe potuto sembrarlo. Noi volevamo fermare questo momento della nostra carriera in particolare: Bu bu sad è stato scritto quando eravamo ancora una formazione a due. Quando abbiamo incontrato i nuovi musicisti le canzoni hanno cambiato forma ed il pubblico, durante i concerti, ha sempre aggiunto qualcosa restituendoci nuovi significati, questo è stato un passaggio fondamentale perché ci siamo riscoperti, abbiamo trovato un suono a cui ci sentiamo vicini, siamo passati da un mondo ad un altro. Non sappiamo, però, se sarà quello definitivo, siamo sempre alla ricerca di nuovi spunti per arricchirci.

Durante questo tour state suonando un’intensa versione live di E la luna bussò di Loredana Bertè, perché proprio questa canzone?

Perché ha un testo bellissimo e io sono sempre stata affascinata dalla luna, che gira in modo prepotente e mi condiziona. E poi Loredana è, forse, l’unica grandissima rockstar italiana, qualcosa che io paragono a Tina Turner, con il suo modo di gridare e la sua voce sporca; mi viene in mente, sul momento, un festival di Sanremo in cui Loredana cantò una canzone della sorella Mia Martini e quest’ultima si arrabbiò proprio per la sua interpretazione troppo aggressiva. Se proprio avessi voluto scegliere di fare un tributo ad un’artista, avrei scelto sicuramente lei.

Tornando ai brani, ho ascoltato una vostra intervista in cui avete fatto cenno a Un’isola dicendo che non l’avete ancora compreso fino in fondo e forse, con il senno di poi, non lo inserireste più nell’album. A me sembra un gran pezzo e ho anche trovato un senso: lascia emergere una società egoista, sfruttatrice, iniqua, ingiusta, fatta di persone che “hanno bisogno di te per far sì che la loro vita valga almeno la rovina della vita di qualcun altro” da cui si può trovare riparo solo negli affetti. Vi ritrovate nella mia interpretazione?

Sì, mi sembra un punto di vista interessante. Ci stiamo ancora chiedendo a cosa potrebbe essere riferita la frase “Chi sei tu che sei unico amore”. A dire il vero pensavamo potesse essere il denaro. Come dicevi giustamente, Un’isola è lo specchio di una società fatta di persone che non comprendono fino in fondo quello che accade intorno a loro: tutto ciò che non si conosce fa paura, c’è la tendenza a voler smorzare le emozioni, in una tragedia che sembra non voler essere tragedia fino in fondo. L’isola di cui parliamo nella canzone è un rifugio dove stare insieme e ritrovarsi, un tentativo di andare in una direzione comune.

Nella stessa intervista dite che Bora Bora è nata dal ritornello “poi poi poi poi…”. Parla del desiderio di vendetta di una donna per un torto subito e di come, a forza di rimandare, la vendetta venga dimenticata. Il poi è una soluzione ritmica per sciogliersi e abbandonare il rancore?

Vero, siamo proprio partiti da quel ritornello per poi costruire tutto il resto della canzone, che parte decisa proprio per rappresentare lo stimolo della vendetta da compiere per lo sgarbo/tradimento subito. Il poi ripetuto tante volte, invece, è l’ossessione che si ha quando si vuole fare qualcosa a tutti i costi. All’interno del brano, quando questa atmosfera si smorza ed entrano i cori, ci si dimentica delle proprie motivazioni e la protagonista inizia a lasciarsi andare, facendosi trascinare dalla vita.

Definite il vostro genere “queer” e dite che c’è bisogno di un lessico nuovo, che rappresenti la possibilità di cambiamento e la necessità di non avere tutto sotto controllo. Che rapporto avete con le regole, le definizioni, i confini?

Un bruttissimo rapporto. Musicalmente parlando non posso classificare quello che facciamo, se ci dessimo una definizione ci porremmo dei limiti e significherebbe essere chiusi a stili diversi, non potremmo inserire cose nuove. Siamo sempre interessati e aperti alle novità perché permettono di continuare a stupirti, di vederti in modo sempre diverso. Nella vita vale lo steso discorso.

Palermo, come molte città portuali, è un approdo per vite disperate o semplicemente in cerca di altre possibilità, in ogni caso è un luogo di incontri, di contaminazioni e di diversità. C’è qualche immagine evocativa di Palermo nei vostri brani? Io penso a Invisibilmente, in cui si tocca il tema delle migrazioni.

Ce ne sono moltissime. Siamo ospiti, ad esempio, nasce da una condizione vissuta proprio a Palermo, quando dovevamo sempre farci ospitare da qualcuno durante i nostri “vagabondaggi” in giro per la città. Palermo entra prepotentemente in moltissime canzoni, è uno schiaffo a cielo aperto, con i suoi personaggi e le sue situazioni surreali: avendoci vissuto per sei anni posso dire di essere letteralmente innamorata dei palermitani e della loro ospitalità, riescono sempre a farti sentire a casa. Qualche anno fa, di ritorno da un laboratorio teatrale, stavo camminando per strada e mi sentivo davvero invincibile, le persone che incontravo mi restituivano una sensazione di vita fortissima. Tornando a Siamo ospiti, abbiamo inserito al suo interno anche una storia raccontata dalla madre di Dario, che affermava di essere sempre stata ospite in casa d’altri, prima in quella dei genitori, poi in quella del marito ed, infine, in quella dei figli. Quella storia si è poi trasformata nella strofa Siamo ospiti a casa delle madri / a casa dei miei figli / a casa degli uomini.

A Torino non c’è il mare ma è comunque sempre stata, come Palermo, un crocevia di migranti, da sud e da nord. Siete già stati a Torino parecchie volte, che sensazioni vi dà questa città?

Con Torino ho un legame particolare, ci sono stata tantissime volte anche lavorando a teatro e ho tantissimi amici, legati al mondo della musica ma anche alla scuola di circo. Ogni volta che torno qui rimango esterrefatta dalla bellezza della città.

Chiudo con una curiosità personale. Lento, canzone del vostro primo album (Per la) via di casa, è una delle mie preferite. Possiamo dire che avete saltato i preliminari…

Senza dubbio…Lento è la descrizione, nuda e cruda, di un orgasmo, di un amplesso nel suo momento clou, la contrapposizione tra vita e morte, tra Eros e Thanatos, Non so se siamo riusciti in pieno a trasmettere questa cosa, è stato molto complicato, traspariva di più la sua anima folk. Ultimamente non la suoniamo più dal vivo perché, forse, abbiamo trovato il modo di descrivere le stesse cose in altri modi, con parole nuove.

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