Un’Isola di nome Frida

Il mio rapporto con Milano è sempre stato di amore e odio. Più odio che amore, a dire il vero. Con gli occhi dei vent’anni Milano per me era la città dei fighetti, dei ricchi, di Berlusconi e dei drink a 10 euro. Con i trent’anni e la maturità (?!) ho imparato a guardare e vivere Milano diversamente, cercando e scoprendo realtà che facciano dell’originalità il proprio segno distintivo. Qualche anno fa mi capitò così di scoprire, leggendo un articolo di Francesco Bianconi (sì, il cantante dei Baustelle) sulla morte di un (a suo modo) amato e notissimo ladruncolo di zona, il quartiere Isola, zona storicamente popolare investita in anni recenti da una forte politica di riqualificazione, culminata con la creazione di Piazza Gae Aulenti (quella dei grattacieli) e la costruzione del Bosco Verticale (progetto di edilizia residenziale dell’architetto Stefano Boeri). Parli di Isola e parli, per forza di cose, di Frida, uno dei locali simbolo della rinascita, punto di riferimento aggregativo e culturale fin dai primi anni 2000 in una zona rimasta orfana di due centri sociali come La Pergola e La stecca degli artisti.

Frida esiste da prima di come la si conosce ora. L’idea del bar venne ad un gruppo di architetti milanesi con l’intenzione di utilizzarlo come attività di supporto allo studio, situato in un vecchio capannone industriale di Via del Pollaiuolo 3. In un paio d’anni l’iniziativa riscosse talmente tanto successo da diventare preponderante rispetto alla professione: la decisione di cedere fu inevitabile. La notizia corse rapidamente per le vie cittadine fino a raggiungere le orecchie di Marco, Davide, Francesco e Stefania, frequentatori occasionali del bar e amici di vecchissima data decisi più che mai a dare una svolta alle proprie vite. Fu così che, senza particolari esperienze pregresse (eccetto quelle da “frequentatori”), nel 2004 partì l’avventura di Frida, un successo che non ha ancora conosciuto battute d’arresto, in un crescendo che ha portato tantissimo lavoro ma, al contempo, anche tantissimo divertimento. La mossa vincente è stata quella di non fossilizzarsi su un target di clientela definito, cambiando pochissimo di quella che era la filosofia originale: Frida è aperto a tutte/i e a tutto e ospita nei suoi spazi tantissime proposte culturali (spettacoli di teatro, concerti…). La bella atmosfera creata intorno al locale ha contribuito in modo determinante alla fama che circola intorno al suo nome, che viene percepito come un luogo di scambio e incontro, un luogo in cui mischiarsi e dare vita a nuovi orizzonti.

Ma qui ci si ritrova soprattutto per bere bene, mangiare qualcosa di sostanzioso e passare qualche ora in buona compagnia in un ambiente amichevole e informale. Frida è aperta tutte le sere e, da lunedì a venerdì, anche in pausa pranzo. Oltre alla cucina, stimolati dai piatti di chef Luca Caniglia, gli avventori possono usufruire di un ricco aperitivo a buffet, preparato privilegiando la qualità alla quantità, con un occhio di riguardo ai prezzi. Fornitissimo il bar, che prevede una lista di 80 cocktail più una carta dei vini e una delle birre artigianali in aggiunta alle classiche spine. Un altro punto di forza è rappresentato dalla struttura del locale, costituita da spazi grandi e ben suddivisi. Entrando nel dehors, sovrastato dalla copertura industriale originale che permette di stare all’aperto riparati da sole e precipitazioni, ci si ritrova al centro del mondo Frida. Sulla destra c’è la struttura principale a due piani, il primo dei quali utilizzato come bar e cucina, mentre al piano superiore vengono realizzati gli eventi culturali in collaborazione con altre realtà del quartiere. A sinistra c’è un altro grande salone dove, fino allo scorso anno, c’era il negozio Particelle complementari, momentaneamente in fase di rielaborazione; in attesa della sua nuova destinazione, questo spazio viene concesso in affitto per iniziative private.

Non è possibile scindere Frida dal posto in cui si è sviluppata ed è cresciuta. Quando è nata, all’Isola si stava vivendo un periodo di transizione, con tanti spazi abbandonati e un po’ di incertezza: a parte i centri sociali citati in apertura, gli unici locali aperti erano la celeberrima sala da concerti jazz Blue Note di Via Borsieri, qualche ristorante dove poter ritrovare ancora qualche pezzo della “Milano sparita” e qualche bar di quartiere. Il prezzo pagato per la “riqualificazione” voluta dall’amministrazione comunale è stato, per forza di cose, la perdita della genuinità in favore di un boom edilizio ed economico culminato con l’arrivo di nuovi abitanti, più ricchi ma meno giovani. Nonostante questo, l’Isola non ha mai cessato di essere una realtà culturalmente viva e in fermento, piena di studi di artisti e fotografi. Ed è proprio per la sua concezione “popolare ma non troppo” che Frida si colloca a metà tra tradizione e innovazione e, insieme alle poche attività storiche rimaste, contribuisce a ricucire il tessuto sociale e la memoria storica del quartiere.

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