Canova, la musica come arte

Il 2017 sta sancendo in modo inequivocabile il successo della musica cosiddetta “indipendente” italiana tra il grande pubblico. Le straordinarie vendite ed i ripetuti sold-out ottenuti da band e cantautori che da anni bazzicano nel circuito più o meno underground nazionale (Thegiornalisti, Lo Stato Sociale, Levante, Brunori SAS ed Ex Otago su tutti) sono lì a testimoniarlo. Dietro di loro c’è un esercito sterminato di altri musicisti pronti a intraprendere lo stesso percorso, più decisi e agguerriti che mai. Tra questi ci sono i Canova, giovane band milanese prodotta da Maciste Dischi, usciti nell’ottobre del 2016 con il loro disco d’esordio Avete ragione tutti dopo aver calcato il palco del Coca Cola Summer Festival di Roma (2015) ed essere stati finalisti agli Mtv Music Awards Italia nella categoria Best new generation (sempre nel 2015); in questi mesi, il loro pop-rock schietto, ironico e mai banale ha ottenuto un successo sempre crescente di pubblico e di critica. Matteo Mobrici (voce, chitarra elettrica, piano), Fabio Brando (chitarra elettrica, piano), Federico Laidlaw (basso) e Gabriele Prina (batteria) hanno tutta la grinta ed il talento necessari per “arrivare” ed imitare i propri illustri predecessori. In vista del tour estivo, che li porterà a suonare in tutti gli angoli dello stivale, pubblichiamo la nostra intervista realizzata in occasione del concerto di marzo alle Officine Corsare di Torino.

Non posso non chiedervi l’origine del vostro nome…siete appassionati di Antonio Canova o non c’entra nulla?

Amiamo l’arte ed, effettivamente, ci siamo ispirati ad Antonio Canova. Facendo musica italiana avevamo bisogno di un nome elegante e, soprattutto, in italiano: un giorno siamo passati davanti a Palazzo Reale di Milano e, vedendo il manifesto di una mostra su Canova, ci siamo subito guardati negli occhi dicendoci che sarebbe stato l’ideale per la nostra band.

Il vostro è un pop raffinato ma allo stesso tempo musicalmente innovativo, chi sono i vostri punti di riferimento?

Siamo cresciuti ascoltando le canzoni di cantautori italiani come Lucio Battisti, Francesco De Gregori, Rino Gaetano, Lucio Dalla e Antonello Venditti. Siamo anche appassionati di band inglesi e americane, Beatles su tutti, anche se in realtà non abbiamo mai preso un modello vero e proprio da copiare o emulare. Quando suoniamo insieme, comunque, ognuno mette dentro quello che più gli piace senza inventare nulla di particolare.

Nella vostra bio vi definite come “nottambuli, libertini e schietti”. Rispecchia il vostro carattere e il vostro modo di prendere e interpretare la musica?

Non crediamo moltissimo alle definizioni: siamo in un periodo abbastanza difficile per le nuove generazioni e quindi, come tanti altri ragazzi che suonano, stiamo molto in giro, cercando di vivere al meglio il presente con un occhio di riguardo al futuro. Questo aspetto lo stiamo comprendendo benissimo solo adesso che siamo in tour, ora che viviamo alla giornata e ci capita di fare anche 400 chilometri per volta, palmo a palmo, su un furgone. Forse dovremmo un tantino rivedere la nostra biografia, da quando siamo in tour stiamo vivendo una sorta di invecchiamento precoce!

Nei vostri testi si notano vene malinconiche (sottolineate anche dalle melodie come in La felicità, Brexit, Manzarek, Vita Sociale), perché? (Risponde Matteo, autore dei testi)

I testi che ho scritto sono molto “veri”, rappresentano lo specchio della mia vita. Se appaiono malinconici è perché, forse, sono caratterialmente così anch’io, anche se non me lo sono mai chiesto. Parlando in generale, le canzoni del disco non hanno un filo conduttore, sono state scritte in momenti totalmente diversi tra loro; le abbiamo messe insieme perché quadravano bene anche se sarebbero potute uscire tranquillamente da sole, come i vecchi 45 giri.

Approfondiamo un po’ i testi partendo da La felicità: L’hai mai trovata/provata la felicità?”. Cos’è per voi la felicità?

Ricordarci in che regione siamo! (ridono, ndr). La felicità non esiste, è una delle grandi fregature della vita perché è solamente una parola associata ad un tipo di emozione che si può percepire e riconoscere da piccolissimi particolari non quantificabili. Lo stesso discorso vale anche per la tristezza, ognuno di noi sa quando è triste o felice ma non riesce a capire quanto e perché, è come rincorrere il nulla.

L’Inghilterra (e Londra in particolare) era, è e sarà fonte di ispirazione musicale per moltissimi appassionati. In Brexit affrontate questo tema. Come avete vissuto questo particolare evento storico? Credete davvero che possa influire sulla libera circolazione degli artisti e del materiale nonostante social e tecnologia?

Come tanti, anche noi siamo cresciuti con il mito della cultura e della musica inglese. Purtroppo i problemi politici degli ultimi tempi avranno ripercussioni anche oltre i confini britannici: abbiamo molti amici che hanno mollato tutto per fare i lavapiatti in Inghilterra e che hanno sentito la “botta” della Brexit; soprattutto per chi non è inglese sarà difficile fare finta che non sia successo nulla, come cittadini europei speriamo che non ci siano altre “exit” per evitare che le cose precipitino definitivamente. Musicalmente parlando, il problema non ci riguarderà: fortunatamente internet non ha passaporti e la stragrande maggioranza dei musicisti inglesi si è ufficialmente schierata per il “remain”.

Una delle mie canzoni preferite è Expo, una storia d’amore scanzonata sullo sfondo di Milano. Qual è il vostro rapporto con la metropoli e come influisce sulla vostra musica?

Abbiamo un bellissimo rapporto con Milano, ci piace molto: la consideriamo come una musa perché è una città dalla mentalità europea, dove c’è di tutto e puoi fare tutto, un luogo libero dove anche un siciliano che si trasferisce per studiare si può inserire facilmente in un contesto estremamente aperto; d’altronde, il libertinaggio e la figura del “single a vita” sono nati proprio qui! Scherzi a parte, forse non ce ne siamo resi conto ma è stato soprattutto durante l’amministrazione Pisapia che Milano si è trasformata in una città molto stimolante.

Chiudiamo con Manzarek, dichiarazione d’amore a una lei. Questa lei è veramente esistita? È una storia d’amore finita o mai iniziata? E come finisce? (Risponde Matteo)

Manzarek è una canzone autobiografica nata dopo una frequentazione, non un vero e proprio fidanzamento. Credo ne sia uscito un pezzo molto romantico anche se, in realtà, volevo solamente trasmettere l’estrema sensualità di questa ragazza che si spogliava con il sottofondo di una canzone dei Doors e la conseguente nostalgia per un momento della mia vita che, a dirla tutta, non era affatto male.

Due parole sul video, in cui si vede una splendida ragazza recitare in un’altrettanto splendida Torino. Come vi siete trovati a girare qui?

Purtroppo non abbiamo mai vissuto Torino come casa ma solo turisticamente: da questo punto di vista ci piace molto e, anche se la conosciamo poco, possiamo dire che ci sembra abbastanza “avanti”. A differenza di Milano, forse, non ostenta al mondo le sue potenzialità.

Un’ultima curiosità sul titolo. Perché proprio Manzarek e non Morrison?

Perché Ray Manzarek (tastierista della band, ndr) era la mente dei Doors, mentre Morrison rappresentava l’immagine del poeta matto e maledetto che serviva da dare in pasto ad un pubblico affamato e delirante. Manzarek è stato uno degli uomini più importanti e, al tempo stesso, più in ombra della storia dei rock, mai effettivamente riconosciuto per quanto era bravo, basta citare Light my fire, scritta interamente da lui. Per un titolo più efficace, abbiamo pensato che sarebbe stato più romantico ispirarci ad un Dio minore rispetto ad un’icona leggendaria.

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