L’Epicentro in musica di Iosonocobalto

Non mi è capitato moltissime volte di innamorarmi di una voce, forse due o tre. Una di queste è stata una decina di mesi fa, durante Superfantastico Show!, spettacolo ispirato agli anni ’80 organizzato da Federico “Jimmy Soulful” Voria con la partecipazione di volti noti dell’underground torinese. Nella band di supporto (di cui faceva parte, al basso, anche l’amico Gianluca “Cato” Senatore) a filmati d’epoca e presentatori spiccava una piccola cantante dotata di corde vocali straordinarie, esaltate dalle note di Ti sento dei Matia Bazar. Di canto me ne intendo poco, ma se c’è una cosa di cui ho la certezza è la quasi santità di Antonella Ruggiero nel panorama vocale al femminile. A quasi un anno di distanza da quella serata Serena Manueddu, in arte Iosonocobalto, ha pubblicato il suo primo EP dopo una campagna di crowdfunding su Musicraiser. Epicentro è composto da quattro brani inediti (più una cover di Cornflake girl di Tori Amos) introspettivi e autobiografici, ricchi di un immaginario poetico personalissimo e originale, che parlano della bellezza (e delle difficoltà) delle relazioni con gli altri e con se stessi. Epicentro, lo si sente dalle note e dai testi, è il frutto di una carriera musicale travagliata quanto basta ma già lunghissima, ricca di soddisfazioni ma, talvolta, anche dolorosa. Anche se è arrivato un po’ tardi, Epicentro rappresenta l’evoluzione di un’artista già matura, plasmata da storie, successi e fallimenti.

Quali sono le tue fonti di ispirazione sia a livello vocale che di songwriting?

Mio padre mi ha cresciuta a pane e cantautorato: Baglioni, Battisti, Bertoli, De Andrè e Fossati solo per citarne alcuni. Fin da piccolissima ho avuto modo la fortuna di cantare con lui, chitarrista fenomenale per diletto, che mi ha trasmesso il suo grande orecchio e la sua passione. In generale ho sempre spaziato molto e non c’è un genere in cui mi identifichi al 100%: fino a un paio d’anni fa cantavo in una band punk-rock e se voglio ascoltare musica posso unire Caparezza a Florence + The Machine e Tori Amos. A livello vocale, gli ultimi due anni di studio mi hanno permesso di estendere la mia linea vocale avvicinandomi ad artiste pop come Kate Bush e Regina Spector.

Com’è iniziato il tuo percorso musicale e come si è sviluppato negli anni?

Come già anticipato nella risposta precedente, iniziai con papà fin da piccolissima per poi entrare a far parte del coro della chiesa dai 5 ai 14 anni: dieci anni intensi di canto solista che, pur non essendo credente, non rinnego perché mi hanno permisero di esibirmi di fronte a moltissime persone aiutandomi a superare eventuali paure e incertezze di fronte al pubblico. In età adolescenziale, dopo aver tentato di iscrivermi al conservatorio per studiare flauto traverso, ebbi la fortuna di frequentare un paio di centri di aggregazione giovanile di Mirafiori (uno dei quali, il Centrodentro di Corso Siracusa, gestito dal chitarrista dei Mambassa Nino Azzarà, ndr) musicalmente molto attivi con sale prove e concerti. Proprio lì, punto di ritrovo per tanti giovani del quartiere, conobbi personaggi importanti dell’underground torinese come Davide Mitrione (Est-egò) e Francesco Cornaglia (Monaci del Surf) – che ora suona con me – e i futuri componenti dei Sottosuolo, la mia band! La storia con loro è durata cinque anni: cinque anni in cui siamo riusciti a toglierci anche discrete soddisfazioni come l’apertura di un po’ di concerti dei Titor e la possibilità di suonare in locali di un certo livello. La fine dei Sottosuolo è coincisa con l’inizio di un periodo di profonda crisi mistica che ha avuto ripercussioni su un bel po’ di aspetti della mia vita, tra cui quello della carriera universitaria all’Accademia di Belle Arti. È stato soprattutto per merito di mia mamma, che mi ha convinta a partecipare ad un contest a Sanremo, e del mio fidanzato, che mi ha convinta a prendere lezioni di canto, se la strada è tornata ad essere di nuovo in discesa: da un paio d’anni a questa parte sono seguita da Cosimo Morleo, cantautore torinese con cui ho avuto un feeling immediato e reciproco. A lui devo tantissimo, soprattutto per la spinta motivazionale che mi ha dato nel credere nelle mie potenzialità: Cobalto esiste perché l’anno scorso, prima di andare in vacanza, mi chiese di scrivere una canzone. Al suo rientro è nata Alice.

Passiamo alla scelta dello strumento, perché l’ukulele?

L’ho ricevuto in regalo da mia sorella a Natale 2015: un ukulele Eko rosso fiammante che, però, non uso più perché non è in grado di sostenere la mia voce. Nel frattempo ne ho comprato uno adeguato alle mie esigenze, rappresenta il mio marchio di fabbrica. A proposito, posso affermare con discreta sicurezza, e un certo orgoglio, di essere stata una delle prime a suonarlo in pubblico a Torino; ora c’è un sacco di gente che lo usa!

Foto di Vito Delaurentis

Anche il tuo nome d’arte ha una storia particolare, perché l’hai scelto?

Innanzitutto ho scelto di usare uno pseudonimo perché credo che il mio cognome abbia uno dei suoni più cacofonici che esistano! A parte gli scherzi, pur essendo affezionata al mio nome, non lo ritengo affatto musicale e ho preferito cambiare scegliendo qualcosa che mi identificasse: dopo l’esperienza all’Accademia ho cercato un sostantivo che mi permettesse di unire la mia arte alla musica. Il blu, oltre a essere il mio colore preferito, rappresenta alla perfezione la mia personalità perché è tranquillo e riflessivo, freddo ma allo stesso tempo fortissimo, mi fa venire in mente la quiete dopo la tempesta e viceversa; l’idea di chiamarmi blu, però, non mi entusiasmava e così sono partita alla ricerca di un sinonimo o di una tonalità che potesse piacermi. Cobalto è nata ufficialmente durante un concerto dei Titor al Blah Blah, grazie a una canzone suonata dalla band di supporto, intitolata proprio così e in cui mi riconoscevo pienamente. Dopo qualche esibizione positiva come solista in diverse manifestazioni musicali locali ho deciso di adottarlo definitivamente.

Come si è evoluto da Cobalto a Iosonocobalto?

A disco finito ho preso più consapevolezza di me e ho sentito l’esigenza di dare un significato nuovo al mio semplice pseudonimo. Iosonocobalto mi piace di più perché può rappresentare un modo di essere, una bandiera, fa capire come le mie canzoni si possano adattare a tutti.

Epicentro arriva a 27 anni, non prestissimo, pensi che avresti potuto scriverlo prima?

Me lo sono chiesta tante volte. In realtà la musica ha sempre fatto parte della mia vita, questo “ritardo” è semplicemente dovuto una alle scelte che ho fatto in passato. Ogni tanto, però, penso che avrei potuto iniziare il mio attuale percorso qualche anno indietro.

Come molti, ultimamente, hai scelto la strada dell’autoproduzione con il crowdfunding. Com’è andata?

La campagna di crowdfunding è stata positiva dal punto di vista della visibilità perché ha destato tantissima curiosità in persone che non facevano parte della mia ristretta cerchia di amici e conoscenti. Come esperienza in sé è formante, ti tempra, ti fai letteralmente in culo e devi starci dietro come un lavoro vero. Dovendo fare un bilancio definitivo posso ritenermi molto soddisfatta, ho raggiunto e superato il mio obiettivo e per questo devo ringraziare tutti quelli che hanno finanziato Epicentro: sono stati più di 50, tantissimi per una piccola artista emergente come la sottoscritta. Se mi permetti, vorrei fare un ringraziamento speciale a Max Repole, ex bassista dei Rootscall e primo Presidente dell’Associazione Culturale Patchanka di Chieri, che ha deciso di investire 200 Euro comprando un mio concerto in casa sua. Si tratta di un modo di pensare e di promuovere cultura che mette speranza.

Visti i tempi che corrono, questa domanda devo fartela: hai mai pensato di partecipare a un talent?

Due anni fa, poco dopo aver iniziato a prendere lezioni di canto da Cosimo Morleo, mi sono detta: perché non provarci? Mi sarebbe piaciuto partecipare perché, pretendendo sempre tanto da me stessa, la possibilità di lavorare con professionisti e di esibirmi ad altissimi livelli non mi sarebbe affatto dispiaciuta. Così sono andata a Milano per il casting e, pur non aspettandomi di passare le selezioni, ritengo sia stata un’esperienza interessante. Dopo il provino, mentre gli altri ragazzi venivano liquidati con il classico “ti faremo sapere”, mi hanno fatto restare per qualche foto e una micro-intervista con Alessandro Cattelan poi trasmessa nel montaggio dei casting.

Parliamo del titolo…dov’è l’Epicentro a cui ti riferisci?

Può sembrare un po’ “nerd”, e forse in effetti lo è, ma mi piaceva il gioco di parole EP-centro. L’epicentro a cui mi riferisco è dentro di me ed è una metafora della realtà, il punto della superficie esterna in cui i terremoti, in questo caso interiori,  hanno manifestato i danni maggiori.

Dopo i primi ascolti ho pensato che Epicentro fosse un disco di canzoni d’amore; riascoltandolo più e più volte, però, si possono cogliere diverse sfumature che lasciano intuire diversi scenari. La cosa certa è che è molto introspettivo, dove hai trovato l’ispirazione per la scrittura?

Epicentro parla di situazioni che ho vissuto in prima persona. L’unica canzone d’amore, a dire il vero, è Olio su tela, in cui ho cercato di mettere insieme l’amore per l’arte, quello per la musica e quello per il mio fidanzato.

Passiamo alle canzoni! Come pioggia è la canzone più immediata dell’EP, ricca di immagini simboliche come recinti, pareti, stanze senza finestre, labirinti, pioggia e tempesta. Di cosa parla e che significato hanno tutti questi elementi?

La canzone parla del mio tentativo disperato di uscire dalla situazione di disagio con me stessa che ho provato dopo lo scioglimento dei Sottosuolo, la mia band. Fino a quel momento non mi ero accorta di quanto la musica fosse importante per me. Come pioggia è il racconto di questa mia piccola fase di depressione, la voglia di uscire dalla stanza senza finestre e dai labirinti in cui mi ero rinchiusa e che non mi facevano guardare oltre i muri. La pioggia e la tempesta rappresentano il difficile percorso per ritrovare me stessa che mi ha portato a combattere per diventare quello che sono ora.

Mareggiate parla di un rapporto che, apparentemente, sta finendo…

Vivo tutti i miei affetti in maniera abbastanza simile e credo che si possa provare amore anche per un amico o un’amica. Il pezzo parte da un incipit di batteria scritto qualche anno fa da Sandro Serra dei Titor – che ha registrato le parti di batteria nell’EP – e che mi sono poi cucita addosso. Mareggiate parla di incomunicabilità nei rapporti e lo fa attraverso la fine di un’amicizia storica dovuta ad assenza di dialogo, incomprensioni varie e cose non dette sfociate definitivamente in un’inutile pseudo-guerra tra noi.

In Olio su Tela “dipingi” un amore “fatto ad arte per te”: canti l’impossibilità della perfezione in amore, la continua ricerca della perfezione o l’utopia della perfezione?

La risposta è nascosta nella terza strofa: la frasi riempirò i tuoi spazi vuoti con le mie buffe manie / Ti renderò caotico, imperfetto e ubriaco di colori descrivono la perfezione nell’imperfezione. L’aspetto fondamentale della nostra storia d’amore è l’equilibrio dinamico che siamo riusciti a raggiungere: prima di incontrarci eravamo persone diversissime ma nella relazione ci siamo fusi e, attraverso il dialogo, siamo riusciti a capirci e immedesimarci nell’altro.

Chiudiamo l’intervista con il pezzo d’apertura di Epicentro. Alice parla di incertezze, insicurezze ma anche di sogni?

Alice è, come tutte le altre, una canzone autobiografica. Quando il mio insegnante di canto mi ha chiesto di scrivere una canzone sono cascata dal pero perché non sapevo davvero di cosa parlare. In più, stavo passando un periodo non semplice in cui avrei voluto dire tutto ma mi sentivo senza parole. Il consiglio spassionato di Cosimo, al momento, è stato quello di non scrivere qualcosa su di me perché avrei rischiato di essere scontata e banale. Quando mi sono messa al lavoro, mi sono lasciata ispirare dal celeberrimo romanzo fantastico Alice nel paese delle meraviglie, adattandolo al mio particolare vissuto. Più in generale, Alice parla di perseveranza e di presa di coscienza.

PS Perché hai scelto proprio Cornflake Girl di Tori Amos per chiudere Epicentro? Ti senti più una puritana “cornflake” o una ribelle “raisin”?

Perché Tori Amos è stata una bambina prodigio, la amo sia come donna che come artista: un genio capace di scrivere canzoni a soli 9 anni, la sua musica mi piace tantissimo sia dal punto di vista compositivo che da quello della vocalità. Cornfkale girl è sempre stata nelle mie corde per una serie di caratteristiche in cui mi trovo alla perfezione, dal timbro vocale al testo. Per quanto riguarda la seconda domanda, mi sento decisamente una “raisin girl”, sono sempre stata la pecora “blu” di casa!

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