Altre di B, con Miranda! l’indie italiano è in buone mani

Le scoperte di Marco, nuovo capitolo. In realtà non si dovrebbe parlare di vera e propria scoperta, perché appena arriva all’orecchio il nome Altre di B, oltre a vecchi ricordi impolverati di domeniche pomeriggio passate ad aspettare con ansia 90° Minuto per vedere le immagini delle partite, ai più preparati verrà in mente anche una delle band indie più pure e internazionali che il panorama italiano abbia mai partorito. Dopo il successo di Sport (2013), i concerti negli Stati Uniti (Austin, New York…) e le partecipazioni a festival come Sziget e Primavera Sound, i regaz (giusto per non scomodare le loro radici bolognesi) sono tornati nel 2017 con il terzo lavoro Miranda!, concept dalle mille sfumature letterarie e sonore. Miranda! è l’album della maturità? Scopritelo nella nostra intervista, realizzata prima del concerto dello scorso 22 dicembre allo Spazio 211 di Torino.

Partiamo col sfatare un dubbio atavico: che articolo bisogna usare davanti ad Altre di B?

A rigor di logica l’articolo dovrebbe essere femminile. Per fortuna, a Bologna c’è il grande dj Aimox di Radio International che ci conosce fin da quando eravamo dei ragazzini. Durante un contest, nel presentarci, disse semplicemente Altre di B, senza articolo.

Domanda impertinente, fosse stato sperimentato prima dell’uscita del vostro precedente album Sport, avreste dedicato una canzone al VAR (Acronimo di Video Assistant Referee, ndr)?

Probabilmente sì anche se, in realtà, le canzoni di Sport erano quasi interamente dedicate al passato. Ad un primo ascolto, quel disco poteva sembrare un po’ nostalgico, anche se la nostalgia non ci piace granché.

Volendo fare un parallelo tra Sport e Miranda!, avete sfornato un altro concept. Questa non è una scelta da tutti: è una modalità con cui vi sentite particolarmente a vostro agio?

Sì, dobbiamo ammetterlo, ci viene abbastanza comodo: è come quando, in letteratura, hai il titolo del tuo libro, sai di cosa parli e sviluppi successivamente le varie idee, per noi è abbastanza semplice lavorare in questo modo. Per questi due dischi siamo partiti da due tematiche, lo sport e la geografia: è stato bello, ci piace circoscrivere i nostri pezzi in un’area ben precisa. A dire il vero, Miranda! è nato da un nostro piccolo grande sogno, ovvero quello di fare un tour nei grandi aeroporti. In futuro questa cosa potrebbe avere un risvolto promozionale, chissà, forse le nostre esperienze musicali negli Stati Uniti ci aiuteranno…

Musicalmente, come avete affermato in più interviste, Miranda! è un lavoro meno immediato rispetto a Sport, in cui le chitarre prevalgono sul resto: più lento ma più potente, meno diretto e più sofisticato: è stata una decisione travagliata o i nuovi pezzi sono venuti fuori spontaneamente?

Gli ascolti dell’ultimo periodo ci hanno influenzato molto, gradualmente abbiamo iniziato ad allargare i nostri orizzonti musicali, prima di tutto per staccarci di dosso l’immagine di band da college party che avevamo. Inoltre, i viaggi di alcuni di noi ci hanno ispirato e aperto la mente: Giovanni è stato in Guinea Bissau, Alberto in Perù, tutti insieme siamo andati in California e Texas per suonare. Molti dei nomi dei posti in cui siamo stati sono poi diventati i titoli delle canzoni di Miranda! Ci piace molto partire dai titoli delle canzoni per poi sviluppare tutto il resto. Per rispondere alla tua domanda, non ci siamo messi in sala prove alla ricerca di un nuovo sound, siamo tornati a fare rock.

Come è stato accolto questo cambio di rotta dai vostri fan di vecchia data?

A dir la verità non molto bene, sono stati un po’ diffidenti. Miranda!, in effetti, è meno immediato e non contiene un pezzo trainante; all’interno della band, comunque, non ne abbiamo fatto un dramma. Nel disco precedente, forse, c’era qualche canzone che spiccava più delle altre mentre questo è più livellato, alcune persone ci hanno detto che manca la Sherpa della situazione, altre invece si sono sentite toccate intimamente da brani meno immediati ma più “penetranti”.

Come ormai è ben noto a chi vi segue, il titolo dell’album è stato preso da un libro del 1800 di Quirico Filopanti, di cui non stiamo a ripetere la storia. Dal libro avete solamente preso titolo e tematica o c’è qualche passaggio particolare che ha ispirato le canzoni del disco?

Ci piaceva il fatto che un bolognese, nostro concittadino, semi-sconosciuto avesse influenzato in questo modo il mondo, dalla geografia alla politica, fino ad arrivare alla cultura. Sembra impossibile che da venti parole, tre righe microscopiche siano stati poi studiati i fusi orari! Riassumendo il concetto, ci piaceva l’idea di parlare di Bologna e del mondo nella stessa parola.

Entriamo in profondità nei testi delle canzoni: in Heathrow vi siete immaginati gli ultimi pensieri del pilota dell’ultimo volo del Concorde nell’atterraggio verso l’aeroporto inglese. Cosa pensa?

Pensa a momenti, flash, suggestioni, fotogrammi di una vita in volo, immaginando che, lungo la pista d’atterraggio, ci sia una folla ad attendere lui e l’aereo più importante e famoso mai costruito. Il testo si conclude con il pilota che parla di come il Concorde gli abbia reso la vita meravigliosa. In una prima fase di stesura, la parte finale di Heathrow avrebbe dovuto essere più semplice, “You make my life so simple”, la nostra insegnante di inglese ci ha consigliato di renderla più solenne, sostituendo simple con wonderful.

Erevan è la capitale dell’Armenia, paese di provenienza di una delle mie band di riferimento, i System of a Down. Ci siete stati? Di cosa parla la canzone?

In realtà questo è l’unico titolo che non c’entra nulla con il testo della canzone. In Erevan ci siamo immaginati di andare a portare una nostra demo a un’ipotetica casa discografica e di ricevere solamente commenti negativi. Pur non avendo mai lavorato in questa modalità, le frasi riportate dalla canzone ci sono state dette davvero!

In Poilão narrate di una tartaruga che va a deporre le uova su questa piccola isola della Guinea Bissau nell’Oceano Atlantico, perché avete scelto proprio lei e come vi è venuto in mente di scriverla?

Perché uno di noi ci è stato davvero! Giovanni è andato lì perché un suo amico faceva il servizio civile internazionale proprio in Guinea Bissau! Poilão è un’isoletta a poche miglia di distanza dalla costa e, inoltre, è uno dei cinque siti di nidificazione delle tartarughe marine rimasti al mondo. Si tratta di un’isola sacra a cui è possibile accedere solamente attraverso un campo appositamente costruito. È stata un’esperienza meravigliosa, ho avuto la possibilità di scavare nella sabbia facendo emergere le tartarughine appena nate. Su Poilão, tra l’altro, c’è un aneddoto mistico: essendo un’isola sacra, la tradizione vuole che sulla sua superficie non ci possano essere spargimenti di sangue, per questo ci siamo poi immaginati una canzone grottesca in cui una tartaruga gigante si mangiava tutti facendo ritornare la pace.

Nel vostro singolo Salgado vi riferite proprio al grande fotografo Sebastião Salgado?

Certamente, è un omaggio dichiarato alla sua fotografia, siamo stati letteralmente rapiti da lavori come quello nella miniera d’oro di Sierra Pelada, nel suo Brasile. E poi, siamo affascinati dalla sua vita da fricchettone, dall’aver abbandonato una promettente carriera per girare il mondo e dedicarsi alle foto. Il film di Wim Wenders Il sale della terra e una recente mostra ai Musei San Domenico a Forlì sono stati profetici in questo senso. Di Salgado è molto interessante anche il videoclip, realizzato in collaborazione con la casa di produzione Opificio Ciclope, dei matti scatenati appassionati di cinema e televisione. Uno di loro ci ha proposto di realizzarlo citando una puntata della terza stagione di Star Trek: attraverso le nostre facce dipinte di bianco e nero abbiamo richiamato, in una sorta di simbolismo criptico, i concetti di guerra e di fratellanza. Le facce bianche e nere sono anche l’unico richiamo al fotografo perché sarebbe stato davvero troppo impegnativo scomodarlo dal punto di vista fotografico per un video.

Tapis Roulant è il pezzo che più si avvicina alle vostre origini, con una velocità maggiore rispetto alla media di Miranda! e un titolo che strizza l’occhio a Sport…è un modo per non “dimenticare” e “rinnegare” il vostro recente passato?

Tapis Roulant è nata in un momento di incazzatura generale del gruppo e, come reazione, abbiamo fatto un pezzo praticamente punk. L’intento era proprio quello di fare bordello in una serata molto complessa dal punto di vista etilico, ci siamo divertiti come animali a suonarla all’infinito. Il testo è ispirato ad un episodio di vita vissuta da Giovanni: la sua fidanzata, all’epoca, stava studiando in Australia e noi ci siamo fatti un viaggio mentale immaginandocela in tuta da ginnastica mentre corre su un tapis roulant nella palestra di uno studentato. Ad un certo punto, guardando un video del suo paese d’origine che scorrono su uno schermo, il tapis roulant si srotola come in un sogno riportandola romanticamente a casa dal suo fidanzato. Purtroppo per Giovanni, le cose sono andate diversamente…

Pur essendo una band relativamente giovane, siete in giro da più di 10 anni, quanto conta l’esperienza in questo lavoro? È vero che con l’età anche il sound cambia? (molte band di livello internazionale sono state aspramente criticate per questo)

Conta di brutto, soprattutto nei momenti di difficoltà. Quando le cose vanno bene puoi anche non averne puoi anche non averne, ma l’esperienza ti aiuta ad affrontare nel migliore dei modi gli imprevisti che possono capitare e a superare i momenti di sconforto. Il sound inevitabilmente cambia perché, come testimoniano le parabole di tanti artisti, quando ti accorgi di suonare in una certa maniera, ad avere l’esperienza giusta, inizi a voler provare qualcosa di nuovo. Anche se non è necessaria a fare cose belle, grazie all’esperienza riesci ad approcciare in modo adeguato diversi ambiti musicali. Nel nostro caso, all’inizio della carriera lo studio di registrazione era come un parco giochi mentre adesso cerchiamo di ottenere un suono di un certo tipo, ci siamo anche appassionati di elettronica, meccanica e fisica.

Speravate di ottenere un successo maggiore in questi anni o siete contenti di quanto raccolto fin’ora?

Quello che facciamo ci piace molto ma saremo realmente soddisfatti quando, una volta che tutto finirà, apriremo l’armadio dei quanto apriremo l’armadio e diremo ci ricordiamo di quello che abbiamo fatto. Siamo inseriti in un contesto in questo momento ci sono difficoltà che canzoni stesse vengono recepite abbiamo fatto il possibile estremamente felice orgoglioso poi magari finito tour ci mettiamo lì a mente fredda e liberamente faremo discussioni ecc…

A proposito, avete avuto modo di suonare negli Stati Uniti, allo Sziget, al Primavera, com’è stata accolta la vostra musica?

Abbiamo avuto serate molto entusiasmasti ma anche buchi clamorosi: a Oviedo, ad esempio, abbiamo suonato davanti a 4/5 persone, peraltro carichissime. A New York abbiamo fatto quattro date, c’erano poche persone ma abbiamo avuto un buon riscontro. Negli Stati Uniti hanno una cultura musicale diversa, le persone sono mentalmente molto più aperte e non si focalizzano su un genere o su qualche artista. Soprattutto quando vieni da fuori ti ascoltano, ti cercano, ti chiamano e fanno in modo di allargare il giro dei tuoi contatti. Quest’anno, inoltre, siamo felicemente tornati al SXSW (South by Southwest Festival) di Austin, in Texas, per lo spring break, il periodo dell’anno in cui scuole e università chiudono lasciando spazio a feste e concerti in ogni locale, a ogni ora del giorno e della notte.

Non avete mai pensato di emigrare stabilmente oltremanica o oltreoceano per allargare definitivamente il vostro bacino di pubblico (credo che avreste tutte le carte in regola per stare al top tra le band “indie”)? Avete mai ricevuto proposte in tal senso?

Ci stiamo pensando e sarebbe bellissimo: proposte vere e proprie non ne abbiamo mai ricevute ma saremmo veramente felici di poter fare un’esperienza più approfondita negli Stati Uniti. Il Regno Unito è un po’ più ostico, soprattutto a livello linguistico, aspetto in cui sono molto severi e pretendono un accento adeguato.

Mi piace chiudere tutte le interviste parlando delle città di provenienza degli artisti. Parlando di influenze…che rapporto avete con la Bologna anni ’70, quella dei cantautori e delle osterie?

A dire il vero ci è abbastanza estranea perché siamo partiti da influenze più “esterofile”. Li abbiamo ascoltati, come tutti, ma non sono entrati nel suono del gruppo. Anche se il loro ricordo è ancora vivo, cosa resta attualmente di quell’esperienza?

Quali sono, attualmente, i centri più innovativi della vita culturale bolognese?

Dal punto di vista musicale il Covo, aperto da 37 anni, il posto dove ci siamo conosciuti e dove siamo diventati una band; a seguire Lokomotiv, Estragon e Freak Out. A Bologna c’è sempre un gran fermento culturale, basta pensare al Biografilm Festival, a Cinema Sotto le Stelle, al MAMBO (Museo d’Arte Moderna di Bologna, ndr) e ai festival all’aperto che si fanno d’estate…

Altre di B sono Giacomo (voce, tastiere, elettronica, chitarra), Giovanni (basso, elettronica, cori), Andrea (batteria) e Alberto (chitarre, cori).

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